Forse la vera coercizione parte dal proprietario che non sa di applicarla, nascosta dal troppo amore

Questo è un pensiero difficile da mettere su carta, perché come lo dici forse sbagli. Ma ci provo.

Ogni giorno, nei parchi, nei centri cinofili, nei rifugi, vedo proprietari profondamente innamorati dei loro cani. Disposti a tutto, pronti a spendere tempo, denaro, energia e cuore pur di “fare la cosa giusta”. Ma spesso mi chiedo: sappiamo davvero cosa vogliamo dai nostri cani? E sappiamo cosa siamo realmente in grado di offrire a loro, al di là delle nostre intenzioni?

Il confine tra cura e controllo è sottile. In molti casi, chi cerca l’aiuto di un educatore o di un addestratore non lo fa per capire meglio il cane, ma per ottenere un risultato. Spesso – inconsapevolmente – si chiede all’esperto di aggiustare il cane, di renderlo conforme a un ideale di comportamento che soddisfi i bisogni emotivi del proprietario.
E qui nasce una prima forma di coercizione indiretta: non quella che si applica con la forza, ma quella che si maschera da amore.

La coercizione invisibile: quella che nasce dal nostro bisogno

Amare un cane significa anche sapere chi siamo quando stiamo con lui. Ma molti proprietari non si rendono conto che, nel nome dell’amore, impongono inconsapevolmente aspettative, ritmi, schemi di comportamento.
Un cane “bravo”, “gestibile”, “che non crea problemi”. Un cane “che ci fa sentire bene”.
Ma è per lui o per noi?

C’è chi salva un cane da una situazione difficile – ed è un gesto bellissimo – ma non si accorge di essere lui stesso in una situazione emotivamente complessa, instabile, a volte dolorosa.
E allora: come possiamo davvero salvare un altro essere vivente, se prima non abbiamo provato a salvare noi stessi?

Spesso, salvare un cane diventa una forma di salvezza per noi. Ci sentiamo più forti, più giusti, più completi. È terapeutico, è vero. Ma un cane non può – e non deve – essere il contenitore delle nostre fragilità. Non possiamo dargli il compito di guarirci. Non è giusto, non per lui.

Il peso delle aspettative e il ruolo degli educatori

Anche gli educatori e gli addestratori si trovano spesso sotto una forma di coercizione: quella del cliente che, senza volerlo, chiede un miracolo. Che pretende soluzioni rapide, metodi “soft ma efficaci”, miglioramenti visibili subito. Non sempre c’è la pazienza di guardare il processo, l’evoluzione, il tempo del cane.

E allora, dove finisce la libertà del cane? Quando un educatore deve “fare contento il cliente”, quanta verità si può dire? Quanto si può rispettare davvero l’individualità del cane, se si lavora sotto la pressione dell’aspettativa umana?

Amare un cane significa anche fermarsi a guardarsi dentro

Forse la vera sfida è questa: riuscire a vedere il cane per quello che è, e non solo per quello che ci serve.
Chiederci non solo cosa vogliamo da lui, ma cosa possiamo realmente offrirgli.
E prima ancora: chiederci chi siamo noi, che tipo di relazione vogliamo, se siamo davvero pronti a costruire qualcosa che sia reciproco e non unilaterale.

Amare davvero un cane, forse, significa anche imparare ad amarci di più.
Significa imparare a non pretendere subito, a non volere il controllo, a non sostituire i nostri bisogni ai suoi.

Significa accettare che la vera libertà di un cane inizia dove finisce il nostro ego.

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